Il “prima gli italiani” in chiave dantesca: devozione e dedizione, non razzismo e xenofobia

“Prima gli italiani!” e se non lo sei puoi anche morire su un barcone, però allo stesso tempo “Senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani”. “Padania is not Italy” fieramente sfoggiato sulla maglietta che, con ogni probabilità, è sporca di unto di pizza (napoletana); ma ancora “Arriverà prima la Padania libera della mia laurea”: due traguardi che in effetti Matteo Salvini non raggiungerà mai.

Si può davvero parlare di sano attaccamento alla patria in questi casi? Una patria non considerata nella sua interezza, ma elogiata in una sua parte – quella settentrionale – e denigrata nella restante? Si può davvero considerare la bocca che ha pronunciato queste parole come quella di un uomo che semplicemente ama, nella maniera più genuina e pura, la propria terra? Anche ammettendo che lo slogan leghista “prima gli italiani!” inglobi davvero ogni singolo italiano senza alcuna distinzione geografica, come ignorare l’inno al razzismo e alla xenofobia che tali parole portano inevitabilmente con sé?

L’amore verso la propria patria e il desiderio che essa aspiri alla perfezione non sono da confondere con un marcio e pericoloso nazionalismo fanatico. Ancora una volta è al passato che dobbiamo guadare per sperare di ricavare insegnamenti nel presente: Dante Alighieri amava l’Italia e si struggeva per le sue discordie interne, ma il suo “prima gli italiani” era una concezione puramente affettiva. Mai avrebbe denigrato altre nazionalità soltanto perché non italiane; mai avrebbe considerato una parte della penisola superiore rispetto ad altre in Italia o nel mondo. L’attaccamento dell’Alighieri alla propria patria non si è mai tramutato in razzismo o xenofobia.

L’Italia che Dante già ama è una patria che non esiste ancora. Una patria che nascerà con lui e grazie (anche) a lui. Questa è la straordinaria caratteristica dell’Italia: a differenza delle altre nazioni, non è nata dall’accentramento del potere politico, dalla guerra o da qualche trattato diplomatico. Il Bel Paese è nato dai libri, dalla bellezza e dalle opere artistiche: l’Italia è innanzitutto unità culturale molto prima che politica (la quale si realizzerà oltre cinquecento anni dopo la Commedia). E Dante, sin dal primo canto, non tarda a dimostrare il suo grande attaccamento a questa patria meravigliosa. Per lui l’Italia è una montagna scoscesa ma anche un golfo mitigato dal clima mediterraneo; è una collina dolce ma anche la sabbia calda sotto ai piedi nelle giornate estive; è Nord e Sud senza alcuna distinzione. Un sogno, se si considera che l’Italia intesa come Stato italiano e unitario non sarà mai ammirata da Dante. Eppure ai suoi occhi non è un’entità astratta: l’Italia è pur sempre l’erede dell’immensa latinità, cantata dal poeta che Dante sceglierà proprio come guida per il suo viaggio nell’oltretomba. Virgilio gli viene incontro nella selva e non è un caso che, presentandosi, parli proprio dei suoi genitori lombardi e mantoani. Virgilio, cioè, non cita subito la guerra di Troia, Enea, Giulio Cesare o gli dei del suo tempo. Lo farà successivamente. Prima di tutto nomina Mantova e la Lombardia, che non è ancora una regione come lo è oggi. La parola “Lombardia” per Dante definisce genericamente il Nord, una parte d’Italia particolarmente industriosa, che secondo il sommo poeta ai tempi di Virgilio, prima ancora della nascita di Cristo, esiste già.

Ma non è la sola Lombardia a stare a cuore all’Alighieri: è l’intero territorio italiano che lui ama e che vorrebbe più di ogni altra cosa unito e pacifico. La Divina Commedia, d’altronde, può essere letta proprio come un viaggio attraverso l’Italia. Eppure, quando la nomina, Dante è sempre angosciato, duro, afflitto. «Umile», «misera», «serva», «miseranda»: sono tutti aggettivi che il poeta utilizza, in vari scritti, per descrivere l’Italia del suo tempo. Un’Italia dalla terra insanguinata, nella quale ogni città è in guerra con quella vicina. Non una signora di province, ma un sordido bordello.

Nella cara terra di Dante, Firenze, i migliori si allontanano dalla vita pubblica e dalla politica, lasciando il posto a persone incapaci o senza scrupoli. Le leggi e i capi di governo cambiano di continuo; un provvedimento che entra in atto sopravvive a stento fino al mese successivo. Una situazione, questa, non tanto distante dal panorama italiano odierno.

Per questo motivo l’autore dell’Inferno è indignato. Per lui scrivere ha sempre significato esprimere concetti positivi, fossero essi ideologici, versi d’amore od oggetto di studio. Nella prima cantica della Commedia, invece, dimostra di saper usare parole dure, che gridano e denunciano. E proprio qui risiede il fulcro della questione: si criticano le cose che si amano e che si vorrebbero profondamente cambiate. Dante non vuole la separazione, non vuole il conflitto o la guerra. Vuole uguaglianza, unità e pace per la sua amata Italia. Non è un lamento sterile il suo; è un’invettiva che contiene in sé la speranza di una rinascita. Per quanto l’Italia sia serva, misera e divisa, infatti, è pur sempre Italia.

È la patria comune di fiorentini e senesi, genovesi e umbri, milanesi e napoletani. Dante vive troppo presto per poter concepire l’unità politica italiana; il suo orizzonte è ancora l’Impero. Ma è un Impero che unisce e pacifica, non che divide e comanda. Ogni italiano deve sentirsi tale qualsiasi sia la propria città di nascita; e in quanto italiano, amare, sostenere, ospitare, aiutare qualsiasi altro italiano, non dichiaragli guerra.

Ma c’è di più: se la viva dedizione di Dante per la sua patria ha riguardato tutta l’Italia, dal Nord al Sud, essa non si è mai tramutata in un atteggiamento xenofobo verso ciò che Italia non era. Basti notare come egli, nel suo più grande capolavoro, mescoli eserciti opposti e citi sia vinti che vincitori nonostante appartengano a terre diverse: per lui si tratta di popoli che hanno tutti contribuito a fare l’Italia, e per questo è grato a ognuno di loro.

Dante non è moderno. È un uomo del Medioevo, impregnato della cultura del Medioevo. Per questo motivo è sempre scorretto strumentalizzare il suo pensiero cercando di decontestualizzarlo e trasportarlo nell’oggi con scopi propagandistici. Noi però abbiamo la fortuna di leggere le sue parole, scritte nella nostra stessa lingua, anche a distanza di settecento anni. Perché non cercare di trarne gli aspetti che invece, senza il bisogno di essere decontestualizzati e strumentalizzati, potrebbero semplicemente fornire contributi positivi alla società odierna?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *